Mimmo La Rocca - Laboratorio della memoria Montevago

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Mimmo La Rocca

Tradizioni > Poesie

RICORDO

Cercherai di me.
Forse non sarò più
in quella via dove indirizzavi
le tue lettere d’amore.
Sarai con me in quelle sere passate ad Amantèa,
sulla sabbia bagnata,
inseguiti dalle luci flebili
di quel bianco albergo
che dava i suoi archi
al mare. Sorridevi e volevi
passare con l’auto in velocità
dentro quella strettissima
galleria con su le rotaie,
nell’attimo che il treno
percorreva sopra il muraglione:
credevi portasse fortuna,
incrociandolo.

Fra tanta gente eravamo
noi due, soli, a passeggiare
in mezzo a quelle luci
della fiera lungo il corso
che dava per Falerna.

E le tue unghie nella mia carne
scaricavano la tua gelosia,
agli occhi fulminei d’una fanciulla
giràtasi per caso a guardarci.





L’ISOLA INCANTATA

I.
Sicilia, un tempo degli dèi
l’Olimpo. Loro t’han disegnata
alle dolcezze de’ mari;
alle sponde tue
lembi scendono a ricevere
navi giunte d’ogni dove.
In te porti il sogno
di tutte l’isole sparse
negli universi: i tuoi monti
forgiati furon
da polifemici eroi,
dagli dèi mandati a farti
culla degli immortali.
Le tue vallate ristoro
d’ogni mortale che va
per terra e mare
a cercare
dell’isola incantata.

II.
Eccola! Sei tu l’incanto
che naviga
in ogni leggenda,
isola che t’illumini
alle stelle, ti rifletti
al sole e da lassù
stanno a guardarti!

III.
Gli dèi han deciso
che tu fossi la libertà,
la saggezza, la civiltà,
e come tempio dorato
nel Mediterraneo
t’han collocato.
Se vuoi potrai navigar
gli oceani, e d’Ercole
s’apriranno le colonne,
prenderai il largo
a Gibilterra: insegnerai
al mondo ciò che gli dèi
t’hanno insegnato.

IV.
Gelosa sei de’ figli tuoi
e loro son legati
eternamente a te;
cordiale agli ospiti
che sognano le tue spiagge,
i templi, i profumi.
Soffri per i figli lontani
che in cuor ti portano
e onor ti fanno,
orgogliosi d’averti madre.

V.
Le figlie tue impastano
i pani dai tuoi frumenti,
zuccherando dolci
caldi e fumanti
e tu le contenti
con beltà e fecondità.
I figli tuoi fasciano covoni,
altri van coi greggi e le mandrie
a produrre vital beneficî
che tu, madre, hai loro donato.

VI.
Vengono a te tutte le stagioni
e le incanti con amor
de’ fiori a primavera;
dell’estate incanto
saporoso dei mirtilli
e le more al cicalìo frinente.

A settembre scende caldo
il sole alle tue vigne,
addolcendo gli amori
di fretta con tribali danze
e canti alla stagione,
mentre si riempiono.
i tini di candida uva:
ballando e danzando
al tuo folklore,
variopinto si rimette
a te il succo dell’oblìo.


TERRA SUL CONFINE

Questa terra setacciata dal Ghibli
pulverulento, nelle sue croste crivellate
dalle luci radianti dello spazio,
nella sua sterminata ressa di spighe roventi,
continua perenne fluttuazione
dei suoi dossi, nel suo perpetuo
viatico dell’estivare. E nel sereno mugghìo
d’armenti sotto luci celestiali
sfianca il crepuscolo della sera
e riprende peccaminoso l’afrore
di rosmarini e mentastri e brama
sui culmi cespugliosi del saracchio
rinvigoriti all’alito strenuo delle stelle.

Il rintocco fluido delle bronze
stenta al breve roteare dei bovidi
sdraiati sui domi declivi.

E questa terra che il grano invade
pingue e poderoso e nerboruti
spuntan tralci d’uve gioconde,
in soavi voci d’estrose coribanti al cielo
porge i sistri dei cesti pregni
sull’arpa cerula del velo dei ragni.

Sui fianchi di lanute greggi, ossuti
vincastri tracciano il confine: in ridda
offuscati armenti s’affrettano
al riflesso della calura che si stempera
sull’acquoreo riverbero dell’abbeveratoio.

Nei meriggi il piede stanco dei bovari
sfonda gli argini della terra arsa che anela,
anela acqua ed acqua dai rivi intrisi di terra
divincola già il collo serpeggiante
e bracca ferina assetati alvei:
sospiro di vita espande
il confine all’infinito.


TERRA SCOLPITA

Montevago, primigenia terra
d’ultime onde ritraenti
che lavarono valve accese
d’ultime conchiglie al tufo d’arena.
Genti da lungi vennero
ai tuoi spalti,
- latomizzati lombi –
pietre le tue carni,
scolpite statue
disseminate in prònai templari
a scandire il canto perenne
e maliante delle coretidi:
sulle braci sbrigliato fuoco
propiziatorio responsi darà
in sequenza libera
da tumide bocche…
di mansuete giare.



ÙMMIRA

Trasi e nesci la serpa nti li ’ngagghi di li mura,
lu suli affaccia e codda darrè ’nna çiura
chiantata nt’ ’u jardinu di ’nna bedda figghia
cu la sita ‘n coddu e lu velu di pruvigghia.
Çiuscia çiuscia ’u sciloccu puru a ’u pissira
li ammi ammodda comu fussiru di çira,
l’ùmmira ’un sa bistu, ’un sapemu d’unn’è,
’nni vinissi anticchia fussi bonu ppi ccu e degghiè,
’mmeci di stàrisi ammucciata nti ’na ’ngagghia,
tinénnusi a debbita distanza di ’na trizza d’agghia.
Prima ch’allenta ’stu focu chi ’n çelu luccichìa
’u puzzu quadìa e l’acqua vugghi e si murritìa,
cerninu cerninu a la rota quatrigghi di muli
spagghianu spagghianu all’occhiu d’ ’u suli
e sùdanu sùdanu p’arricogghiri ventu a ’u crivu
e ’un s’arrenninu a stu puntu sulu pi currivu.
Ùmmira, ùmmira, ùmmira allèstiti e veni,
scummogghia li çianchi e allenta sti peni,
’ssu focu di çelu aspetta chi scinni la notti
ppi ripigghiari a çiusciari chi semu già cotti,
’stu focu ch’abbruçia cummogghia cu ’u to velu
stravulìa nta ’sta terra carrittati di friscu e di jelu.
E l’ùmmira vinni, biniditta, e si detti a ummirari
curtigghia e vaneddi, çiuri e chianti arrifriscari.


AL BIVIERE

Quando al Biviere
aria tira a spagliare
vorticosa
ai pampini di vigna,
giugno s’affaccia
agli ulivi grigio-verde
cangiante.
Secolari ombre
si fregiano all’intarsio
d’alberi nodati
a disegno,
d'umana forma


TREBBIATURA

Spiffera scirocco
sui ramoscelli teneri,
cretta s’asciuga l’aratura
ai cingoli che giù
l’aratro tirano
a profondi solchi:

terra si zolla
al passo d’uomo.

Vento di trebbiatura
vela pietre in arsura:
muovono i pascoli
al Biviere rapidi fischi
d’uomini allo scettro:

stanco lamento sibila
in dialetto-canto.


ACQUECALDE

Ricordo i mattini all’alba già
di celeste e radiosa, mio padre
insegnarci il nuoto all’acquecalde,
magiche sorgive d’abissali sottofondi
bollenti, serene acque leggiadre
alla destrezza cerulea di nuotatori
a suon di braccia svelte.

Acqua e colpi di tosse al sorriso
tenero per non concedersi
alla sconfitta. I miei fratelli
sull’acquecalde a riflettersi
e riprovarci ansiosi, respirare
alito di pinete profuse al fresco
del mentastro, sì da render vigorosi
e salùbri i diaframmatici respiri
ingenui, stracolmi di risa innocenti.

Lo sguardo armonioso di mia madre
seduta a sorvegliare i fanciulli suoi
in quelle limpide acque ridenti
al timido sole: nessuna nuvola,
cielo terso, infinito ed incapace
a riflettersi sull’acquecalde,
vaporose, sulfuree a tonificare
quest’angolo diamantèo, nascosto
e muto in lussureggianti boschi antichi,
ove solinga una mulattiera riottosa
porge sempre ai viandanti
quell’ingrato: - Benvenuti

 
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