Nella Sicilia - Laboratorio della memoria Montevago

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Nella Sicilia

                       “Nella Sicilia esiste un piccolo paese chiamato Montevago, e in questo paese ci sono dei monumenti, alcune chiese e ville e anche un castello detto della Venaria”, così scriveva il 12 dicembre 1967, Giuseppe , un allievo della II° B della Scuola Media di Montevago, nel tema “Parla della sicilia ed in particolar modo del tuo Paese “,e nella stessa classe, gli faceva eco Angelo, “ Montevago produce molto frumento e arance, …in questo paese è molto sviluppata la pastorizia… gli abitanti sono in maggior parte contadini che vivono con l’agricoltura ”, e Carlo  aggiunge.“ Molti di questi abitanti sono andati all’estero per lavorare.e ogni anno vengono a vedere le famiglie, e dopo partono di nuovo a lavorare “ chiude questi temi, il loro compagno Giovanni C. “ Montevago è un bel paese prima di tutto per  le sue strade   belle e dritte ed anche asfaltate..”  e conclude il suo componimento  “A me piace molto stare in questo paese, perché è il mio paese natio ed anche perché è silenzioso. Questo paese però non è tanto divertevole “.
                     In poche, semplici righe, è così sintetizzato un mondo, quello di un piccolo paese , Montevago, stretto fra i suoi campi, il fiume, giù nella vallata, le sue chiese, le sue ritualità di sempre. Un microcosmo fatto di sentimenti, affetti, rabbie improvvise, dolori e gioie, fatiche e sudore sulle zolle, egualmente divise e condivise fra i suoi tremila abitanti, e che fra appena un mese, sarà cancellato dalle carte geografiche da un tremendo terremoto.
                     E’ questo il mondo che noi “ vecchi” abbiamo vissuto sino al 15 gennaio 1968, quando, in una notte spruzzata di neve una mano gigantesca, venuta su dalle viscere più profonde della nostra terra, ha mosso, per un attimo lunghissimo,case ed uomini assieme, uniti nell’urlo lacerante delle pietre impazzite, nel buio improvviso che attanagliava i cuori e confondeva le menti.
                     Un mondo fatto di ritmi antichi, di riti cristallizatisi nel tempo, di tradizioni ed usanze rimasti immutati da sempre, nel grande eterno rapporto fra l’uomo e la sua terra.
                     Furono giorni di dolore, di tristezza, di rabbia, di ricordo straziante per chi, quelle pietre amiche avevano travolto in pochi brevi attimi, spezzando vite appena sbocciate, e vite che già tanto avevano visto e forse avrebbero voluto vedere ancora.
                     Poi, pian piano, la vita riprese il suo lento ed inesorabile corso, e la speranza cominciò a farsi spazio fra il dolore, riappropriandosi di un futuro che sembrava negato; e con la speranza, riaffiorava il ricordo, non più rabbioso, ma struggente, tenero, voglioso di riannodare quel lunghissimo filo rosso, fatto di cose vissute, di vite compartecipate, di attimi sereni in quella che era stata “la vita di prima”.
                     Iniziava così la ricerca dei vari brandelli del passato, fissati per sempre in una vecchia foto ormai ingiallita, recuperata fra i sassi di quelle che una volta erano state Case.
                      Ecco, come per magia, che dai quei piccoli pezzi di carta, le pietre scomposte riprendono, in silenzio, le loro forme originali, case, laboratori di artigiani, stalle, negozi, vite, insomma, e dalle vecchie porte, tornate al loro posto, sembrano uscire i volti cari di nonni, amici, parenti, compagni di lavoro e di scuola.
                      E questa la favola che noi del Laboratorio della memoria desideriamo oggi raccontarvi, anzi, desideriamo che a raccontarvela sia proprio direttamente la voce del vecchio paese che sempre ha sussurrato nei nostri cuori.
                      Quando sono nato, quì era tutto un feudo, giallo di grano e verde di mandorli e ulivi, con una piccola chiesetta sperduta fra i campi dedicata a San Domenico; ma dicono che fù un principe, Scirotta si chiamava,  che si innamorò del posto e mi volle dare il suggestivo nome di Monte-vago.  
                     Sono passati più di trecento anni da allora, ho visto guerre, distruzioni, arrivi e partenze per luoghi lontani, ho sentito le campane delle mie chiese salutare albe felici di liberazione e momenti di dolore, poi un giorno le campane non suonarono più, c’era stato, di notte, il terremoto !… ma la vita poi continua, e le campane ritornarono a suonare per dire a tutti che anch’io ero finalmente risorto, ed oggi mi ritrovo con voi a guardare  nel cassetto dei ricordi.
                   Guarda,davanti lu Chianu di San Franciscu ci hanno fatto la Villa dei caduti, con tanti alberelli giovani giovani, uno per ogni caduto. Sì , c’è stata la guerra e tanti giovani montevaghesi sono partiti, alcuni per non tornare più, a difendere “l’onore della Patria”, ma questa villetta, con la statua della vittoria, ci parla ancora di loro.
                  Ecco, fra le rondini impazzite che scorazzano sul campanile del Duomo, una sposa biancovestita, che esce dalla chiesa al braccio del suo uomo per iniziare il lungo cammino di una nuova famiglia, attorniati dal sorriso di parenti ed amici, che domani, finita la festa, torneranno ai campi ed alle loro occupazioni di sempre. Ma oggi non si lavora ! c’è l’abito della festa e ci si sente tutti più vicini e felici.
                  Dai comignoli delle vecchie case, lente si alzano le volute di fumo della legna raccolta nelle calde giornate d’estate, e le strade sono pervase dall’odore del pane appena “camiatu”, o dei dolci natalizi preparati da mamme e nonne con artigiana ed amorevole esperienza tramandata da generazioni.
                  E li, in un angolo della piazza o del Corso, davanti ai circoli, giovani in paglietta e baffuti militari in divisa, occhieggiano il passio delle ragazze, accompagnate dai familiari, sembra quasi che, dalle foto ingiallite, ci strizzino un occhio, come per dirci, “vedete che belle ragazze che ci sono a Montevago ?”. Guarda quel Bersagliere come è fiero nella sua divisa, e quei soldati ? Li conosco tutti, uno per uno, hanno giocato, bambini, fra le mie strade, e poi sono corsi al richiamo della Patria a difendere,lontano da qui,  anche me da qualcosa che non loro conoscevano, ma che gli avevano detto essere “il nemico”.
                 Tornano anche gli emigrati, specie quelli che sono andati in America, anzi negli States, come si diceva allora, sorridenti e con l’espressione tipica di quelli che ce l’hanno fatta ; e sono grandi pacche sulle spalle, sorrisi, abbracci, magari qualche lacrima di commozione all’arrivo, di tristezza alla partenza, perché sanno che forse non ci sarà una prossima volta, o se e quando ci sarà, sarebbero in  molti a mancare, più di quanti non ne manchino già oggi !. Ma oggi, oggi, bando alla tristezza, una foto con gli amici di sempre non può certo mancare ! La porteremo di la dal mare, per mostrarla, orgogliosi agli amici di là, in quella nuova patria, la cui presenza, però, non cancellerà mai il ricordo della nostra Montevago.
                 Montevago, una terra di duro lavoro nei campi, fianco a fianco con muli ed asini, compagni della giornaliera fatica; facce, cotte dal sole  estivo che picchia inesorabile sulle camicie dei mietitori, o scavate dai venti invernale che attraversano l’altipiano scompigliando il pelo delle greggi al pascolo, e sibilando fra le vie del paese, invitando quasi, le famiglie a stringersi intorno al fuoco.
                Alto  e solenne lo scampanio del Duomo, ora allegro e squillante per un matrimonio, ora triste e scandito per un ultimo addio, che si concluderà lì, nel piccolo, silenzioso, cimitero dietro il grande convento dei frati francescani, Minori conventuali li chiamano, posto di fianco allo stradone per Santa  Margherita.
                Ecco, delle scolaresche in gita, nei dintorni del paese, e l’immancabile foto ricordo sotto le mura del Castello della Venaria,; ecco un gruppo di ragazze durante una allegra scampagnata, lontane, quel giorno, dallo studio o dalle faccende domestiche.
                In un angolo del loro chiostro, le suore della Batia posano sorridenti con un gruppo di allieve, ed il vecchio sindaco, colonnello Giuffrida, siede fra le signore del comitato dell’Opera pia, e, c’è pure il comandante dei Carabinieri ed il Superiore del Convento. Si ci sono tutti, a guardarci da quelle vecchie foto.
                Aspettate un momento, fatemi prendere un caffè al bar ! Saverio è lì, dietro al bancone, sorridente come sempre ! Magari, se trovo un amico ci scappa una partitella a biliardo !
                Ma dal campo di calcio, appena in periferia, giungono delle voci, sono le vecchie squadre di quella che era l’AUDAX Montevago che hanno ripreso a giocare, ma prima si sono tutti messi in formazione da foto. Che derby infuocati con quelli del Santa Margherita !  bei tempi !!! Forza ragazzi, fategli vedere chi siete !
                Ma spicciamoci, ecco che nel corso principale le statue dell’Incontro procedono le une verso le altre, l’Angelo annuncia la Resurrezione a Maria, e già u Signuruzzo corre incontro alla Madre, mentre risuonano le gioiose note della Banda Cittadina, capeggiata dall’indimenticato Maestro Triolo !
                E sti picciriddi ? Matri quanti sunnu !!!!  molti oggi saranno nonni, ma sono così carini, nella innocente naturalezza di queste foto.
                Ed i nonni ? tranquilli ! ci sono anche loro, attorniati da nipotini, o, nei curtigghi intenti a lavoretti semicasalinghi; si vabbè, qualcuno si fa pure una bella partita a carte con gli amici, ma dopo una vita di lavoro, un po’ di riposo ci vuole pure !
                Toh ! cos’è quel corteo di muli e cavalli che procedono appaiati con un lungo stendardo fra di loro tenuto alle selle ? ah già,…. come non riconoscere IL PRESENTE, lo stendardo del paese e del suo burgisato, che stia per arrivare il vescovo ?, o siamo già alla festa del Corpus Domini ?
                Che strano, il tempo sembra essere volato via, guardo queste vecchie foto, e la rabbia per il terremoto che mi ha buttato giù, sembra essere svanita del tutto, forse perché capisco, ora, che sono ancora vivo nel cuore dei miei figli, e dei loro discendenti, e così forse sarà anche domani, e domani ancora, ed il vento che dalla Valle soffia sull’altopiano, continuerà a parlare alle generazioni future, di un paese nato da un sogno, che si chiamava e si chiama MONTEVAGO.

                                                       
Riflessione di Giacomo Giuffrida Samonà vedendo le foto del video


 
 
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